LA DONNA FUORI DAGLI SCHEMI Beatrix Ebeling

Sono nata a Berlino nel 1949 da genitori
giovani: mio padre aveva 25
anni, mia madre 24.
Era appena finita la guerra: abbiamo vissuto
a Berlino per 5 anni e poi ci siamo
trasferiti a Francoforte dove ho fatto la
scuola fino al liceo, cioè fino a 19 anni.
Ho due fratelli. I miei si sono separati
quando io avevo 14 anni ed essendo realistica
sono rimasta con mia madre. Uno
dei miei fratelli è andato a studiare a
Francoforte e l’altro non ha studiato. Mio
padre era laureato, mia madre era infermiera.
La separazione dei miei genitori mi
ha dato l’idea che la famiglia non ha un
ruolo forte nella vita. Ho dato aiuto alla
mamma perché era giù di morale; lei non
è mai stata una brava casalinga, avevamo
donne in casa che ci davano una mano,
per lavare, stirare...
Dai 14 ai 19 anni il clima a casa era un po’
pesante a causa della separazione; i maschi
erano i preferiti da mio padre e io mi
trovavo in mezzo. In quel periodo ho
fatto tanto sport, studiavo flauto, frequentavo
club di volleyball, andavo a cavallo:
erano gli alimenti che mi dava mio
padre e io utilizzavo i soldi così. Ne dava
molti ai miei fratelli e qualcosa lasciava
anche per me e io li spendevo così. Mio
padre guadagnava bene, aveva un’agenzia
di pubbliche relazioni.
Ho ripetuto una classe al liceo linguistico
per questa situazione in casa. Nel frattempo
a Francoforte è scoppiata la rivoluzione
degli studenti e mio fratello,
quello più grande, è andato con loro, ma
io non volevo vivere questa situazione di
brutalità e ho scelto di vivere a Magonza,
città in cui c’era un’ottima università ma
la situazione era più calma.
Questo evento ha separato me e mio fratello
che mi vedeva come conservatrice.
Ho studiato Lettere e mi sono laureata;
ho fatto il dottorato anche lavorando. Era
molto dura. Ho dovuto lavorare perché
mio padre è fallito nel lavoro. Insegnavo
Lettere nel triennio del liceo, perché non
avendo fatto pedagogia non potevo insegnare
a studenti sotto i 18 anni (in Germania
è così).
Sono stata attrice di teatro della scuola
superiore, e ho interpretati ruoli da protagonista;
la scuola mi pesava, l’università
no. È stato il periodo più allegro della
mia vita, amicizie, viaggi... Della scuola
non ho più amici, dell’università sì.
I miei sogni sono connessi con la professione.
Volevo diventare medico e andare
in Africa; poi volevo diventare modella,
poi dopo aver studiato all’università volevo
diventare giornalista e fare l’inviata
da New York.
[ ]
Il fallimento di mio padre mi ha costretto
a trovare un lavoro, non avevo scelta e
sono rimasta a insegnare lì a Wiesbaden.
Insegnare è una cosa che mi viene naturale,
non lo vedo come una professione,
ma come un lavoro leggero. A 30 anni ho
pensato di avere un figlio, un po’ fuori
dalle regole. Ho cercato un padre adatto,
che portasse i geni che io non ho: più
serio, più dritto nel seguire una linea...
L’ho trovato e ho fatto questo figlio. Ho
lasciato quest’uomo e dopo due anni ho
trovato un’altra persona con cui mi sono
trovata bene. La mia famiglia mi aveva
circondata perché avevo il bambino e mi
stavano molto addosso. Un giorno si suicidò
mia cognata, quando mio figlio
aveva due anni, e mio fratello, il più piccolo,
venne a vivere con me (quello più
grande era venuto in Italia quando avevo
25 anni per motivi politici, non si trovava
più bene in Germania).
Si innamorò di mio figlio e abbiamo vissuto
insieme per 5 anni. Mi dava una
mano e alla fine ha buttato fuori mio marito
perché mi picchiava. Sono cresciuta
in un ambiente pacifico, la mia famiglia
era ben educata; quando lui ha alzato le
mani per la terza volta l’ho buttato fuori
e non ne ho voluto più sapere.
Poi abbiamo passato tre anni particolarmente
belli. Con l’aiuto del Sindacato
sono stata eletta dai colleghi presidente
del collegio docenti, ma ho avuto forti
scontri con il direttore che non mi accettava.
Voleva buttarmi fuori, ma non poteva
almeno per tre anni. Al quarto anno
mi sono detta: “me ne vado volontariamente,
ma voglio un indennizzo”e così
abbiamo patteggiato e ho lasciato la
scuola. Mio fratello che era molto fantasioso,
ha fondato una ditta che organizzava
mostre ed altre eventi ad alto livello
e mi propose di fare le pubbliche relazioni
per lui.
Abbiamo lavorato insieme per due anni;
era difficile, molto più facile viverci che
lavorarci.
[ ]
Allora ho cambiato e ho collaborato con
un mio amico che lavorava in un’agenzia
pubblicitaria: mi sono occupata di testi.
Scrivevo sui film, sugli eventi e ho lavorato
tantissimo. Vedevo i film in inglese,
e facevo le schede del film e degli autori
in tedesco. Ho lavorato così per 5 anni
(mio figlio aveva dai due ai sette anni); io
avevo una ragazza del Trentino che pensava
al bambino e in cambio imparava la
lingua. Poi mia madre ha smesso di lavorare
ed è venuta da me e mi ha dato una
mano. Io viaggiavo molto, ero elegantissima,
sempre in forma... per molti anni
ho avuto sogni terribili di dover tornare a
fare quel lavoro. Ero terrorizzata perché è
stato un periodo molto frenetico. Mia
madre mi disse: voglio vedere tuo fratello
in Italia, possiamo andare da lui? Lui già
viveva in Umbria, con la comunità tedesca,
alla Piaggia, località di Montegabbione.
Io non avevo voglia di passare le vacanze
in questo posto un po’ hippy e non sapevo
per la verità neanche dove stesse
l’Umbria. Presi una mappa e poi siamo
partiti. Siccome la casa alla Piaggia era
molto modesta, abbiamo preso un appartamento
a Montegiove (frazione di Montegabbione)
perché quella era troppo
“rurale”, diciamo così. Nelle tre case della
Piaggia c’erano 20 adulti e 10 bambini.
Tutti mi parlavano di Karl Ludwig che viveva
lì e insegnava a Francorforte. Lui
consegnava i regali a mia madre da parte
di mio fratello quando ancora stavamo in
Germania. Ci siamo conosciuti il secondo
giorno che sono arrivata, ed è stato “colpo
di fulmine”, come dicono qui.
Un mese dopo ho pensato di venire in
Italia; ho chiesto a mio figlio che doveva
cominciare la scuola. Ho sciolto tutto,
casa, tutto, un’intera vita e sono arrivata
insieme a mia madre e mio figlio il primo
gennaio.
Quindi mia madre era a Montegiove e io
sono entrata in questo gruppo omogeneo
ma anche molto chiuso, almeno per me.
Mi sono trovata malissimo principalmente
per tre motivi: non avevo mai vis-
suto in campagna, non avevo mai avuto
a che fare con gli animali, non avevo mai
vissuto in gruppo.
Mio fratello non era molto contento di
questa scelta che avevo fatto, perché lui
non voleva legami con la famiglia. L’altro
fratello mi diceva di tornare in Germania.
Io dissi: lasciatemi in pace, io provo a vivere
qui, questa è la mia decisione.
Mio figlio si trovava benissimo. A scuola
erano in 9 come fratelli, abitava in campagna
all’aperto, non gli sembrava vero!
La vita per lui è cambiata in modo piacevole,
invece per me i primi due anni sono
stati pesanti. La casa era sempre piena di
gente, la vita era vivace. Ho provato ad
imparare a fare l’orto, a trattare gli animali,
ma c’erano sempre ostacoli; quello
che facevo non piaceva o all’uno o all’altro.
Facevano sempre meglio di me.
Così sono arrivata al punto di dire: questa
vita non fa per me, devo trovare una
soluzione. La relazione con il mio compagno
funzionava ma non sapevo che lavoro
fare.
Mi sono buttata sull’italiano e con
un’amica che aveva un vigneto ho scritto
depliants in tedesco promuovendo prodotti
locali. Ho fatto la traduttrice anche
per il tribunale di Orvieto. Ho fatto l’imbianchino
con mio fratello, ho accudito
un professore tedesco che era malato, ho
insegnato nelle medie in un progetto intercultura
a Montegabbione ed era molto
piacevole con le insegnanti, anche se il
compenso era sotto il livello di una donna
delle pulizie. Ho iniziato a dare ripetizioni
per le superiori. Dopo volevo studiare medicina
(sempre per quel sogno di fare il
medico in Africa), mi sono preparata per
l’esame d’ingresso ma sono arrivata 26
esima, ne prendevano 25! Meglio così, chi
ce l’avrebbe fatta a studiare altri 6 anni!!
Invece un giorno il nostro veterinario mi
chiese il motivo per cui avrei voluto fare
medicina e alla mia risposta mi prese
come assistente quando operava gli animali.
Mi è piaciuto tantissimo.
Nel ’96 sono arrivati i vicini che avevano
dei bambini in affidamento dalla Germania.
Sono ragazzi tedeschi che vengono
mandati nelle famiglie che hanno un minimo
di istruzione e normalmente
stanno due anni e hanno problemi psicologici,
di droghe, di uso di armi, sono
state violentate... Io pensavo di aver
chiuso con l’insegnamento, invece ho iniziato
a insegnare a casa. Prima a uno, poi
a due, tre... Dopo quattro anni erano diventati
troppi per continuare ad insegnare
in casa e nel 2000 ho preso una casa
in affitto a Tavernelle perché era un
punto più raggiungibile da tutti che vivevano
sparsi nei paesi vicini.
Il 2000 è stato un anno strategico per me:
mi sono separata dal marito, sono stata
eletta nel consiglio comunale di Montegabbione,
ho cominciato il lavoro professionale,
mio figlio di 19 anni è tornato in
Germania a frequentare l’università.
[ Mi sono messa a disposizione della cittadinanza.
Sono uscita da quel gruppo che
per me era chiuso...]
Libertà assoluta. Mi sono sentita me
stessa, ho avuto di nuovo indipendenza
economica, indipendenza da mio figlio,
indipendenza da mio marito, accettazione
di me da chi mi stava intorno. Mi
sono messa a disposizione della cittadinanza.
Sono uscita da quel gruppo che
per me era chiuso, o almeno io lo vedevo
così: mi mancavano le amicizie, i contatti,
la conoscenza della vita intorno e a
Montegiove.
Una signora per me molto importante è
stata la Gilda che venendo da Roma si
sentiva un po’ straniera a Montegiove e
capiva bene la mia situazione. Lei mi ha
insegnato un po’ di italiano. C’erano le
feste, erano tutti gentili e disponibili,
forse mi aiutava il fatto che mia madre
era lì, così come i bambini, e quindi non
mi vedevano come un’estranea. Questo
mi ha facilitato l’ingresso nelle case di
Osvaldo, Mara, Caciotto...
Mio figlio è mezzo italiano e mezzo tedesco.
Le tracce della sua crescita qui
sono ovvie. Nel 2000 all’Università in
Germania non riusciva a scrivere in tedesco;
è andato al Goethe Institute chiedendo
un corso di tedesco scritto. Ha
fatto il corso e ancora oggi i testi più importanti
me li passa e glieli correggo io.
Io penso in italiano; sono nata tedesca,
vivo in Italia, sono cittadina europea e
sto benissimo. Capisco bene la mentalità
italiana, ho un feeling su come pensano,
perché si arrabbiano, posso capirli ma
non sono come sono io, per questo non
chiedo la cittadinanza italiana.
Ho dovuto rinunciare alla vita confortevole
di città che qui trovo con difficoltà.
Mi manca il teatro, la possibilità di uscire
e trovare una situazione più movimentata.
Avrei bisogno di “vita quotidiana”intorno,
tipo quella in cui sono vissuta per 38 anni
Non ho mai pensato di tornare indietro; né
dopo due né dopo ventidue anni.
Il mio futuro? Per altri cinque anni farò
questo lavoro. Poi penso che andrò in
Israele per collaborare con organizzazioni
non governative Israele-Palestina. Questo
potrebbe essere un punto del mio futuro.
Ma non lascio l’Italia! La Germania non
mi attira, sono strani per me; dopo il
crollo del muro di Berlino si sta sviluppando
come una nazione qualsiasi. Non
mi sento di condividere la vita attuale di
quel Paese e non mi interessa. L’unico
contributo che dò è il voto alle elezioni
politiche nazionali.
Non ho mai pensato di tornare indietro;
né dopo due né dopo ventidue anni. In
questi venti anni sono cresciute le relazioni
qui.
Per mio figlio io auguro che possa diventare
autonomo, mi auguro le cose banali,
perché lui farà la sua storia. Con mio figlio
ho fatto un contratto (molto divertente)
di dieci punti che dettano le norme
sulle nostre sovrapposizioni.
Ho imparato a vivere in modo più modesto,
ho cercato di abolire il consumismo
esagerato, ho imparato a superare le ferite
emozionali facendomi aiutare da altra
gente, imparando a fidarmi.
Vivere più lentamente, sviluppando affetto
per la natura.
Ogni mattina quando mi alzo e apro la
finestra sul territorio di Montegabbione,
mi guardo intorno e penso di essere in un
vero paradiso (anche se non sono molto
cattolica), penso che per me questo è un
regalo, quello di vivere qui.
noi e voi
La relazione di amicizia vera non c’è.
Non c’è lo scambio di ospitalità quotidiana;
manca la leggerezza. Sono
stata invitata a matrimoni, comunioni,
occasioni, ma non c’è il rapporto
stretto, il vivere in modo festoso quotidianamente.
L’80% della popolazione
è così con tutti noi, forse per paura di
agire in modo non abituale, forse la pigrizia
di apprendere qualcosa di un’altra
cultura. Ho trovato amici, non
tanti, quattro amici stretti e fuori dal
gruppo e poi sei tedeschi. Ora vivo in
ambito internazionale, conosco molti
inglesi e tedeschi della zona. Condivido
con gli amici la cultura, la lingua, le
idee politiche.
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