Donne che vanno, donne che vengono
Michela Zucca
Una notte alle quattro suona il telefono: era mia figlia. Siccome nella
famiglia dove lavoravo c’erano bambini piccoli, a me dispiaceva di
essere chiamata di notte e quindi le ho detto, in modo che mi sentissero
gli altri: “Ma che mi chiami a quest’ora, sei pazza? Ci sentiamo domani
mattina” e le ho riattaccato il telefono. Ho dovuto farlo, sono una persona
seria, rischiavo di perdere il lavoro se loro pensavano che non lo
fossi. Poi non ho più dormito perché mi chiedevo come mai mi avesse
chiamata a quell’ora. La mattina dopo ho telefonato e non mi rispondeva.
Era stata violentata da un pugile, l’ha legata al letto e siccome
era ubriaco, l’ha violentata con un vibratore. Lei lo ha denunciato, nonostante
gli avessero detto di non farlo, perché era un pugile famoso.
Ora è in carcere. Sono stata malissimo, capisci cosa abbiamo passato?
Questa è una delle testimonianze che abbiamo raccolto durante
il lavoro di campo, in cui abbiamo intervistato donne straniere
immigrate a Montegabbione, ma anche donne italiane che dall’Umbria
si sono spostate verso una delle mete tradizionali dell’emigrazione
italiana: la Svizzera. Volevamo capire se cinquant’anni
di distanza temporale, la diversità di provenienza e
di meta (da dove vengo per andare dove), avessero costituito
una differenza vera nell’accoglienza e nella vita di queste donne.
Ecco i risultati: cinquant’anni, e molte migliaia di chilometri,
Quando sono arrivata sono scesa e non ti dico che spettacolo orrendo:
uomini ci aspettavano con il pisello di fuori al parcheggio. Io me ne
volevo tornare via, ma dove sono capitata. L’autista mi ha fermato e
mi ha tranquillizzato e mi ha portato fino dalla mia amica.
Una sera di notte mi sono sentita seguita da un uomo e questo mi
ha tirato fuori il coso e me lo ha fatto vedere... una paura che non
ti dico... ma questo non lo scrivere, non mi ci far ripensare...
Evidentemente, dal versante maschile (e non importa la nazionalità
di provenienza…: qui sono uomini sia italiani che stranieri,
e così la controparte femminile) la donna che parte, che
lascia la sua famiglia di origine per andare a lavorare fuori, che
non è accompagnata da un marito, ha una sola merce da offrire:
quella. E tanto vale che lo capisca fin da subito. E se non l’ha
ancora capito, le faccio vedere bene a che cosa può servire…
In effetti, molto è cambiato nella storia dell’immigrazione femminile
in Italia, da vent’anni a questa parte: da una prima ricerca
condotta per la Regione Lombardia nel 19941, emergevano spesso
motivazioni conseguenza di un evento traumatico, non di rado
di origine sentimentale. In Italia cercavano un’affermazione
umana e professionale: ma, se non si sposavano, il sogno di
“uscire dal limbo” della precarietà di un lavoro poco gratificante,
sottopagato, insicuro restava solo un miraggio. Qualche volta
riuscivano a fare qualcosa che valorizzava la loro persona, e gli
studi che avevano fatto: ma è per poco tempo. Subito dopo, ripiombavano
nel precariato più nero. Quasi sempre, rimaneva
forte la prospettiva del ritorno in patria. Ma nessuna riferiva di
storie di violenza, simili a quelle riservate alle donne di più recente,
o di più antica, immigrazione.
Perché, se una differenza è possibile riscontrare, fra le storie di
vita di ieri, di oggi e dell’altro ieri, e che accomuna le vicende
personali più recenti e le più antiche (l’emigrazione verso la
Svizzera delle donne di Montegabbione e Monteleone) è la vicinanza
delle motivazioni. Mentre le giovani sudamericane di
vent’anni fa partivano per inseguire un sogno, e per cercare una
società meno patriarcale, per realizzarsi nel lavoro, le contadine
umbre degli anni ’60 e le ragazze di oggi, europee o meno, si
mettono in viaggio per sfuggire alla miseria. E questo i maschi
lo capiscono al respiro: sono donne che non possono difendersi,
che devono subire il ricatto. Che si lasciano tutto dietro alle
spalle. Che non hanno scelta. Sanno bene che alcune di loro saranno
costrette alla prostituzione. E loro sono lì, disponibili a
comprare la merce.
Cambia invece, e molto, la visione del popolo ospite, sia che si
tratti di svizzeri, che di italiani.
Le signore umbre che hanno trascorso un lungo periodo della propria
esistenza in Svizzera non hanno conservato nessun tipo di
rapporto con il paese che le ha ospitate per così tanto tempo;
anche quando sono state trattate bene, anche quando uno straniero
ha letteralmente dato il sangue per poter salvare un figlio. Si
ritrovavano solo fra loro, solo fra loro facevano festa, non invitavano
mai nessuno di fuori. Quando potevano, vivevano anche fra
loro. Si sentivano maltrattate e discriminate, immerse in un contesto
razzista anche se poi, al contatto diretto con gli stranieri
che le ospitavano sulla proprio terra (per esempio sul lavoro), non
subivano nessun tipo di azione negativa, e riferiscono di essere
state trattate bene quando lavoravano, e negli uffici pubblici, dove
non hanno dovuto pagare niente per l’assistenza medica (cosa
che, probabilmente, in quel periodo in patria non sarebbe certo
successo). In complesso il giudizio verso il popolo ospite – in
questo caso, gli svizzeri – è decisamente negativo. Nessun rapporto
di amicizia vera, impensabile, un matrimonio misto.
Ritroviamo lo stesso tipo di atteggiamento con le emigrate di vent’anni
fa. Gli italiani, in queste storie di vita, non ci fanno certo
una bella figura: il minimo che si dice di loro è che “hanno tutto e
si lamentano”. Danno troppa importanza alle apparenze, viziano
i figli, pensano solo alle cose materiali, “non fanno niente per la
propria città”. Poche le eccezioni: fra queste, “i ragazzi di sinistra e
gli artisti”. A volte, ci si riunisce apposta “per parlar male degli italiani”.
I tentativi di inserimento falliscono; “rimani comunque straniero,
e, quando scoprono che non sei di qua, cambiano la tonalità
della voce”. Le relazioni amorose sono difficili, molte volte fallimentari.
Vanno meglio quelle amicali, anche se non di molto. Solitamente,
ci si ritrova con altri stranieri, accomunati dalla stessa
sorte. La nostalgia della terra di origine non passa mai.
Sembra invece che adesso, con grande difficoltà, i sentimenti e
le reazioni verso il popolo ospite stiano lentamente cambiando.
Non c’è nessuno che riferisce di isolamento totale: se è vero che
ci si frequenta più spesso fra connazionali, e che, specialmente
per alcune nazionalità, come quella albanese o romena, le traiettorie
di ingresso in Italia passano in maggioranza per canali
familiari, è altrettanto vero che non c’è nessuno che non possa
contare su amicizie italiane. In alcuni casi, si tratta di rapporti
profondi: anche di relazioni che portano al matrimonio e alla
costituzione di nuovi nuclei familiari, con la presa in carico dei
figli di relazioni precedenti da parte del marito italiano. Famiglie
che durano nel tempo, molto più di quelle italiane: perché, malgrado
i pregiudizi, i matrimoni fra stranieri, o fra italiani e stranieri,
sono più stabili di quelli fra italiani e italiani2. E quelle che
riescono a riunire marito e figli sotto uno stesso tetto, magari
dopo anni di sforzi, parlano di loro con grande affetto; e così le
signore che hanno trovato un nuovo partner italiano, spesso
dopo storie allucinanti di violenza.
C’è da chiedersi se siano realmente cambiati i tempi, e quindi si
tratti di situazioni generalizzabili anche in altri contesti: oppure
se esistano differenze di partenza.
Grandi città, piccoli paesi
L’immigrazione è solo l’ultimo atto di un dramma “inciso a caratteri
di fuoco e di sangue” (lo scrisse Marx nel lontano 1867)
della storia dell’umanità: la formazione, e l’estensione su scala
planetaria, del sistema capitalistico e delle sue contraddizioni.
Dramma che si va estendendo in maniera incontrollabile, senza
che nessuno riesca a porvi rimedio. Le cause sono sempre le
stesse, da secoli: la preghiera “A fame, peste et bello libera nos
Domine” non ha ancora trovato nessuna risposta che riesca a
frenare l’esodo dei popoli in fuga dai flagelli biblici.
Fra il 1840 e il 1940 circa un quinto della popolazione europea
(qualcosa come 50 milioni di persone) si trasferiscono oltreoceano
in cerca di fortuna. Si tratta in gran parte di gente che viene da
piccoli paesi di montagna: a parità di condizioni di vita, chi ha
scelto di imbarcarsi non sono stati i proletari e sottoproletari urbani,
o gli abitanti delle pianure e delle coste: sono stati i montanari,
che venissero dalle Alpi o dagli Appennini. Eredi di una
cultura pastorale e nomade, che considerava normale lo spostamento.
Perché l’erranza, l’abitudine al viaggio, la capacità di sopportare
la solitudine per lungo tempo, di misurarsi con lo “spazio
vuoto” (la prateria d’alta quota, il pascolo, la foresta, …), considerato
parte del proprio universo territoriale, insostituibile e
bello anche se pericoloso, l’abilità di parlare più lingue e di riconoscere
immediatamente il proprio simile, come anche la marginalità,
talvolta volontaria, l’isolamento, la disponibilità a dare
rifugio al perseguitato, non sono solo condizioni imposte da un
ambiente difficile, o reazioni di difesa ad una società ostile che
tanta la conquista e l’assimilazione. Sono coordinate culturali,
che distinguono i popoli di montagna e dei piccoli paesi.
Subito dopo il secondo conflitto mondiale, però, la direzione di
questa trasmigrazione epocale si inverte: nel 1950 il saldo migratorio
complessivo tra l’Europa e il resto del mondo è già positivo.
Il vecchio continente comincia ad importare manodopera
a basso prezzo dai paesi del Sud del mondo.
Questo processo interessa in misura diversa, nel tempo e nello
spazio, le nazioni europee. In un primo tempo, investe le aree a
più antica industrializzazione, più ricche e più sviluppate, tradizionale
meta di migranti da zone più povere: Francia, Svizzera,
Belgio, Regno Unito, Germania Ovest, Svezia, verso cui si dirigevano,
da decenni, ingenti masse che provenivano dall’Italia,
dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Grecia, dalla Iugoslavia, ma
anche dall’Irlanda, dalla Polonia e dalla Finlandia diventano le
nuove mete della speranza. Poi il movimento si estende ad altri
paesi dell’Europa centro settentrionale, rimasti, per lungo tempo,
esportatori di forza lavoro: Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia.
Dagli anni ’70, il flusso migratorio comincia a riguardare anche
quelle aree che tradizionalmente erano sempre stati punto di partenza
di gente in cerca di un futuro migliore. E che, in parte, in
alcune zone, lo sono ancora: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.
Oggi gli immigrati stranieri costituiscono il 7,5% della popolazione
italiana.
La maggioranza degli immigrati stranieri si concentra nelle otto
aree metropolitane della penisola.
I capoluoghi di provincia italiani con la più alta percentuale di
stranieri residenti sul totale della popolazione, al 1º Gennaio
2011, sono nell’ordine3: Brescia (19,0 %), Reggio nell’Emilia
(17,0 %), Piacenza (16,6 %), Milano (16,4 %), Vicenza (16,0 %),
Prato (15,1 %), Bergamo (15,0 %), Modena (14,7 %), Padova
(14,4 %), Parma (14,2 %).
Secondo molte ricerche di sociologi stranieri che si sono trovati,
negli anni scorsi, ad affrontare questo problema diverso tempo
prima di noi, la “soglia di rischio” sarebbe da collocarsi attorno
al 5 per cento di presenza di immigrati rispetto alla popolazione
autoctona; e la “soglia problematica” quando si va oltre il 10 per
cento.
Dalla metà degli anni ’80, inoltre, si sono riscontrati fenomeni
preoccupanti.
In primo luogo, un aumento delle immigrazioni più “problematiche”,
quelle che provengono dai paesi più poveri e più distanti
culturalmente da noi: il Maghreb, l’Africa centrale e del
Sud, l’Estremo Oriente: che sono anche quelle più appariscenti.
Una difficoltà sempre maggiore, da parte del mercato del lavoro,
ad assorbire i nuovi flussi, che causa la crescita della disoccupazione,
della sotto occupazione, dei “mestieri” precari e irregolari,
dell’accattonaggio.
Un aumento dei legami fra immigrazione e malavita più o meno
organizzata, soprattutto per quanto riguarda lo spaccio al minuto
di stupefacenti, che, in molte aree urbane, è ormai monopolizzato
da alcune comunità, come quelle dei senegalesi e dei
maghrebini.
Un aumento, fra la popolazione straniera, della marginalizzazione
e delle difficoltà di inserimento nel tessuto sociale italiano,
con conseguente crescita della criminalità comune, prima per
piccoli reati contro il patrimonio, e adesso anche di reati più
gravi, sia verso i connazionali che verso gli italiani, che incidono
fortemente sull’immaginario collettivo, e inducono reazioni a
catena di rifiuto e di intolleranza che stanno diventando sempre
meno controllabili (e controllate).
Cambia la situazione se invece che una grande città si analizzano
i piccoli paesi della provincia italiana che, in moti casi, hanno
una presenza di immigrati pari a quella degli ambiti metropolitani,
e che hanno superato di gran lunga la soglia di rischio?
Nei paesi, il sistema di valori condiviso è parzialmente diverso
rispetto a quello metropolitano e globalizzato: ciò che viene
valutato ed molto apprezzato è la volontà a “farsi le cose da
soli”: ovvero la disponibilità al lavoro manuale nella ristrutturazione
della casa, nel mettere in ordine il giardino, nel farsi
l’orto, e possibilmente, anche al lavoro comune. Esiste la coscienza
chiara, anche se non espressa, che la propria cultura di
origine è materiale, legata alla terra e al lavoro fisico, e per
questo disprezzata dai “cittadini”, che hanno sempre considerato
incivili gli abitanti delle montagne e i contadini anche perché
costretti a lavori pesanti. Quando si vede qualcuno che “si dà
da fare”, scatta immediatamente il meccanismo della solidarietà
costruito sulla fatiche di millenni: gli sforzi vengono capiti e
fanno subito avanzare nella stima collettiva. Una volta, un
uomo che lavorava a fianco di uno che non aveva niente da
fare, si ritrovava ben presto in compagnia. Perché già il trovarsi
senza “niente da fare” era considerato un po’ “vergognoso”; e
soprattutto, il non far niente “vicino ad uno che lavora”, specie
se quello era un vicino di casa che aveva bisogno, era più che
sufficiente ad essere considerato “uno che ha poca voglia di lavorare”,
uno dei peggiori difetti in assoluto della civiltà tradizionale.
Altro fattore chiave nei meccanismi di inclusione è dato dalla
disponibilità al lavoro comune: pensiamo per esempio alle strutture
di protezione civile, alla Croce rossa, ai Vigili del fuoco volontari…
Ci sono poi le feste annuali, in cui “chi vuol star dentro”
deve prestare il proprio aiuto: ed è sempre benvenuto, da
qualunque parte venga. Dal “dare una mano” di tanto in tanto,
si passa poi alla partecipazione alle associazioni di volontariato
stabile, e al governo del territorio: il consiglio comunale per
esempio. Gli unici consiglieri comunali stranieri non siedono
certo nelle giunte metropolitane…
Alla prova dei fatti, malgrado una chiusura apparente, le piccole
comunità si sono rivelate più ospitali e più pronte all’accoglienza
di gente di cultura ed etnia diversa di molte città. Nel corso di
una ricerca sui piccoli comuni alpini, che però può essere facilmente
estesa a contesti simili di montagna e campagna anche
se in Italia centrale, l’integrazione degli stranieri si è rivelata decisamente
meno problematica4.
Il “grado di integrazione” degli stranieri è stato misurato in base
a queste variabili: